Fra le tante immagini che abbiamo visto scorrere sugli schermi televisivi la sera del 6 dicembre, mentre la polizia non riusciva a contenere la fiumana dei manifestanti riversatasi dentro al Campidoglio, è forse una delle più inquietanti: gli agenti di guardia all’interno di un’aula della Camera barricata, le canne delle loro pistole puntate verso vetri rotti.

Di lì a poco e a pochi metri di distanza, un poliziotto ha fatto esplodere il colpo che ha ucciso Ashli Babbitt, la veterana che stava tentando di sfondare le porte barricate della Speaker’s Lobby. Delle cinque persone morte durante o poco dopo l’assalto, Babbitt è l’unica ad essere stata colpita con un’arma da fuoco (un ufficiale della Capitol Police è stato ucciso dai manifestanti con un estintore; un uomo ha avuto un infarto e un altro un ictus; una donna è morta per cause poco chiare, forse per un malore o schiacciata dalla folla). Ma quanto si è andati vicini ad una strage ancora peggiore? Quanti dei manifestanti erano armati?

È superfluo ribadire come per la destra americana il possesso di armi, legato a livello di diritto al secondo emendamento della Costituzione, sia un elemento identitario fondamentale. Come osserva il New York Times, «mentre sempre più persone vengono accusate in relazione all’attacco, è diventato chiaro che molti di coloro che si sono recati a Washington la settimana scorsa non erano solo arrabbiati, ma anche pesantemente armati e, in alcuni casi, pericolosi».

Dei primi 13 ad essere stati arrestati e messi sotto accusa dal dipartimento di Giustizia in relazione agli eventi del 6 gennaio, in due sono accusati di possesso illecito di armi da fuoco. C’è Lonnie Coffman, arrestato la sera del 6, mentre tornava verso il suo furgone parcheggiato nelle vicinanze di Capitol Hill: aveva con sé due pistole, nel suo furgone la polizia ne aveva trovata un’altra, insieme ad un fucile d’assalto M4, con diverse ricariche, e ad undici bombe Molotov. C’è Christopher Alberts, fermato vicino al Campidoglio dopo l’inizio del coprifuoco: aveva con sé una pistola con un colpo in canna e due caricatori da dodici colpi.

C’è poi Cleveland Meredith, che dal Colorado è arrivato a Washington troppo tardi per partecipare alla manifestazione, ma in compenso è arrivato con un fucile d’assalto, una pistola e 2.500 colpi di munizioni. In un messaggio telefonico, il 6 gennaio, aveva scritto di voler “mettere una pallottola nella zucca” di Nancy Pelosi ed è sotto accusa per minacce. È stato identificato e fermato a Nashville Eric Gavelek Munchel, l’uomo ritratto nell’aula del Senato con in mano manette di plastica, che hanno fatto pensare ad un sinistro intento di prendere ostaggi fra i membri del Congresso. Munchel non è accusato di possesso illecito di armi, ma secondo il New York Times al momento dell’arresto gli agenti ne avrebbero recuperate diverse e il dipartimento di Giustizia ha dichiarato che nella foto scattata al Senato sembrava avere con sé «un oggetto in una fondina».

In totale, addosso alle 75 persone fermate il giorno della manifestazione, sono state trovate una dozzina di armi da fuoco, insieme a coltelli, tirapugni e taser. NBC News ha riportato l’opinione di Mark Jones, ex-agente con esperienza all’unità operativa per il terrorismo interno dell’FBI. Secondo Jones, dato che «la polizia non stava perquisendo nessuno» durante l’assalto, è plausibile che ci fossero «molte, molte più armi di quelle ritrovate».

Washington D.C. è uno dei luoghi negli Stati Uniti dove vigono le regole più stringenti sul possesso di armi. Fino al 2008 erano ancora più forti: sono state indebolite dalla sentenza della Corte Suprema District of Columbia v. Heller. Questa sentenza ha dichiarato incostituzionale una legge del 1976 che proibiva il possesso di armi da fuoco, tranne alcuni fucili da caccia e fucili sportivi, per i residenti del distretto (fatta eccezione per i poliziotti e per le armi acquistate prima del ’76). Nella capitale federale resta comunque illegale il possesso di armi d’assalto, non si possono portare in giro apertamente armi e le vendite sono fortemente regolamentate, con controlli e periodi di attesa. È illegale anche portare armi acquisite legalmente in altri Stati dentro i confini del distretto, se non quando si sta semplicemente transitando per la zona senza fermarsi.

Nel Campidoglio, poi, le armi sono proibite: fanno eccezione i membri del Congresso, che sulla base di una regola del 1967 hanno il permesso di portarle dentro all’edificio, ma non in aula. Da martedì 12 gennaio, però, sono stati installati dei metal detector attraverso i quali dovranno passare anche tutti i deputati. Diversi repubblicani non si sono lasciati controllare e Nancy Pelosi ha dichiarato mercoledì che non appena il Congresso tornerà in sessione si voterà per introdurre multe fino a 5000 dollari per chi si rifiuterà di aderire ai nuovi protocolli di sicurezza.

Il quadro generale dell’assalto a Capitol Hill è ancora incompleto: indagini e arresti stanno proseguendo. E mentre l’FBI lancia l’allarme per nuove proteste armate pianificate in tutti gli Stati nella settimana dell’inaugurazione di Biden, le reazioni ai fatti del 6 gennaio da parte dei gruppi che si battono per una maggiore regolamentazione delle armi sono durissime. «Queste azioni di terrorismo interno e di insurrezione sono state incoraggiate da una lobby delle armi che per decenni ha sostenuto che “i tizi con le armi fanno le regole”», ha commentato Kris Brown, presidente della organizzazione Brady – United Against Gun Violence. Brown ha anche individuato come precedenti dell’assalto a Capitol Hill le dimostrazioni intimidatorie di gruppi armati davanti alle sedi dei governi statali di Georgia e New Mexico, durante lo spoglio dei voti alle scorse elezioni, o l’irruzione di persone munite di fucili dentro a quella del Michigan in primavera, per protestare contro il lockdown. Alcuni dei sopravvissuti a sparatorie verificatesi negli ultimi anni nelle scuole, dove i ragazzi vengono addestrati fin da bambini sul comportamento da tenere nel caso di un’irruzione armata, hanno inoltre paragonato l’esperienza degli studenti americani con quella vissuta dai deputati durante l’attacco al Campidoglio. «Mitch McConnell e mia sorella di prima media ora hanno qualcosa in comune», ha commentato alla CNN Cameron Kasky, sopravvissuto alla strage di Parkland, Florida del 2018.

Questo articolo è parte di un lavoro collettivo della Scuola di Giornalismo W. Tobagi sull’assalto al Campidoglio, “Le mille storie di Capitol Hill”.

6 pensieri su “Capitol Hill, un’insurrezione armata?

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